Una ricerca di McKinsey in Ue, Usa e Asia

Resale e lusso: chi non gioca la partita del second hand fa un autogol

Lusso e resale: pochi i rischi, tante le opportunità. Questo, in sintesi, il succo di una ricerca condotta da McKinsey negli ultimi tre mesi, che ha interpellato i consumatori in Ue, Usa e Asia.

C’è chi il passo nel mercato della rivendita l’ha fatto da tempo - vedi Gucci, che si è alleato con The RealReal, Kering che ha investito in Vestiaire Collective e l’elvetico Richemont, che ha acquisito Watchfinder - ma anche chi continua a essere riluttante.

Eppure i dati parlano chiaro: il mercato globale del second hand di lusso vale già tra i 25 e i 30 miliardi di dollari e le previsioni sono che cresca a un tasso del 15-20% nel prossimo decennio.

Molti marchi del segmento alto esprimono incertezza nel fare il loro ingresso in questo business, ma «dovrebbero essere più preoccupati - evidenzia la ricerca - se non lo facessero».

Il motivo è presto detto: il resale non è un fenomeno passeggero, ma «è qui per restare». E «se gestito con cautela - dice McKinsey - l’entrata di un marchio in questo mercato non dovrebbe erodere i margini e comporterebbe solo una cannibalizzazione limitata».

Dall’indagine risulta che i benefici sarebbero più alti dei rischi e che il prestigio della marca non sarebbe intaccato. Anzi. Il 54% dei consumatori che solitamente acquistano prodotti di “prima mano” ha confermato che la loro percezione nei riguardi di un brand del lusso che si apre al resale sarebbe positiva o comunque non cambierebbe. Solo il 5% non si dice d’accordo.

Il 46% ha anche specificato che in futuro potrebbe acquistare più prodotti nuovi da marchi di lusso che offrono prodotti usati.

Tuttavia, avverte McKinsey, ogni mercato rappresenta una storia a sé e le strategie devono essere adattate al singolo Paese. Lo conferma il fatto che gli intervistati di Francia e Stati Uniti hanno dato risposte ampiamente a favore del second hand, mentre i giapponesi hanno manifestato una reazione negativa di fronte alla possibilità che i marchi del lusso si muovano verso questo ambito.

Del resto, attualmente sono proprio Ue e Usa a trainare il mercato globale del resale, con la Cina che rappresenta una fetta del 10%.

Detto questo, se le label attive nel segmento lusso vogliono avventurarsi in questo settore, fondamentale è capire la molla che fa scattare l’acquisto, oppure la vendita, di prodotti usati.

Il 41% degli acquirenti consuma articoli di seconda mano perché questo canale dà loro accesso a pezzi difficili da trovare o che non sono più disponibili. Per il 40% le motivazioni sono di ordine ambientale, mentre il 36% punta al risparmio.

E chi vende? Lo studio evidenzia che il 41% dei seller desidera in primis fare spazio nei propri armadi, mentre il 36% vuole riciclare il proprio guardaroba perché è cambiato il suo stile. Il 29% afferma che si separa regolarmente dagli articoli delle stagioni precedenti e il 28% che è spinto da motivazioni legate alla sostenibilità. Infine, il 26% dice che attraverso la rivendita punta o ottenere credito sufficiente da spendere in prodotti più pregiati.

Alla luce di risultati, McKinsey suggerisce che gli attori del lusso refrattari a questo business potrebbero rivolgersi a specifici target di clienti, come i collezionisti, o puntare a rendere più fluido il processo di “ricambio” dei prodotti per quei clienti che desiderano vendere pezzi delle passate stagioni e rinfrescare il proprio armadio con nuovi item.

«Il mercato del resale per il lusso è molto promettente, sia per i brand sia per i consumatori - conclude il report -. Per i marchi che scelgono di scendere in quest’arena è un modo per espandere la propria offerta, dialogare con i consumatori più eco-conscious, stare al passo con l’innovazione digitale e rafforzare il proprio impegno nella sostenibilità».

Nella foto, un’immagine di Vinted.

a.t.
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