un q&a con il direttore creativo di gucci

Alessandro Michele: «Nella moda la monarchia è finita»

Peter Schlesinger

Intervistato da Matteo Persivale per #Liberitutti del Corriere della Sera durante l'inaugurazione a Shanghai della mostra The Artist Is Present con Maurizio Cattelan, Alessandro Michele parla a ruota libera di se stesso e del radicale cambiamento in atto nella moda.

Una rivoluzione nata per la strada e sui social, tra i Millennials e i giovanissimi, che lui ha saputo intercettare con un tempismo sorprendente, trasformando in tandem con l'a.d. Marco Bizzarri un brand storico come Gucci nel fenomeno del momento.

Come è noto, il marchio di casa Kering ha archiviato il terzo trimestre con ricavi oltre i 2 miliardi di euro (+34,9%) e non avrà problemi a raggiungere il tetto degli 8 miliardi nel fiscal year.

Nel botta e risposta Michele conferma la sua fama di personaggio sui generis e controcorrente, dichiarando per esempio che «il jet set non esiste più» (e che la sua Saint Tropez è il buen retiro di Civita di Bagnoregio, un paese a 140 chilometri da Roma) e che negli ultimi 15 anni la moda è diventata «una vecchia signora elegantemente adagiata sul letto di morte. Lasciarla morire per far nascere una moda diversa mi pare una buona idea».

«Nella moda - aggiunge - quello che vedo è la restaurazione. Il congresso di Vienna. Ma la monarchia è finita. Non si può tornare indietro di dieci anni, siamo tutti diversi, il mondo è diverso, io sono diverso».

Michele si dice cambiato, dunque, ma l'impressione è che in lui sia rimasto ancora molto del ragazzo che suonava la chitarra, sognava di diventare una rockstar e aveva David Bowie e Boy George come miti, per poi però appassionarsi anche al greco e al latino, al punto da definirsi «un classicista mancato».

Un sostenitore del potere rivoluzionario della bellezza e del fascino dirompente dell'asimmetria, un collezionista compulsivo che vive «nelle scartoffie e nel casino» - oggi come ieri, «ma con più potere d'acquisto» -, uno per il quale una soddisfazione è vedere il ragazzino del Missouri di 17 anni che via Instagram gli dice «adesso mi piace di più uscire vestito così, perché tu lo fai sembrare normale».

Le sue creazioni sono copiatissime e anche in questo caso il direttore creativo di Gucci adotta una chiave di lettura particolare: «Un conto è l'ispirazione a un'idea che hai visto, un altro è copiare perché hai il fiato corto e hai paura di non vendere. C'è la copia della grande distribuzione, che è un atto banale ma fa parte del suo mestiere, mentre mi stupisco se qualcuno nella mia stessa posizione perde un'occasione per dire qualcosa. Giocare a carte con uno che gioca male è brutto».

Dei social, che molto hanno contribuito al suo successo, non sopporta l'agitazione diffusa, «il mettersi tutti contro uno, "Vergogna, vergogna!”, invece di pensare a qualcosa di interessante».

a.b.
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